Category: EDITORIALI

Il CERISDI non può morire

 

castello-utveggio

di Rosalinda Camarda

Non possiamo tacere che siamo rimasti sbigottiti nel leggere sui media le affermazioni del Governatore Rosario Crocetta circa la necessità che la Regione tagli, anzi annulli, i fondi annualmente erogati al CERISDI.

Si tratta sicuramente di una caduta di stile da parte di Crocetta che, nella foga della campagna moralizzatrice degli enti di formazione professionale, mostra di porre allo stesso livello di questi ultimi l’ente che rappresenta uno dei fiori all’occhiello del panorama politico – istituzionale – formativo di eccellenza.

E’ come paragonare il S. ANNA di Pisa o il MIT di Boston con una sperduta facoltà universitaria per corrispondenza. E’ evidente la gaffe in cui è incorso Crocetta e siamo certi che nelle prossime dichiarazioni correggerà il tiro ed escluderà dai tagli il CERISDI.

Stessa sorte anche se per altre tematiche sta vivendo l’IRCAC, che è socio fondatore del Centro e il suo presidente, avvocato Antonio Carullo, ne è componente del consiglio di amministrazione.

L’IRCAC, infatti, con la rivoluzione Crocetta rischia di dissolversi per confluire in IRFIS, un Ente dai costi esorbitanti e scarsa produttività.

Viene quindi spontanea la domanda: nel suo furore di contrastare la politica precedente, il presidente Crocetta ha una corretta visione delle cose o agisce prima di pensare?

Se torniamo indietro nel tempo, a una trentina di anni fa, vediamo la quasi contemporanea nascita di due entità: il CENTRO ETTORE MAIORANA e il CERISDI, il primo dedicato all’ingegno e alla speculazione scientifica opera del professor Antonino Zichichi e il secondo mirato alla qualità della vita con l’indefessa e caparbia dedizione di Padre Pintacuda, per sette anni alla guida del CERISDI.

Entrambi hanno fatto della alta formazione un punto di orgoglio per rivendicare alla nostra terra quel retaggio umanistico – culturale già espresso alla corte di Federico II nel XII secolo. La lungimiranza di questi due studiosi ha finito col dare valenza internazionale a entrambi i centri di formazione, espandendone i confini sia verso l’Europa che verso i paesi dell’area mediterranea e della penisola arabica.

Scienziati e management di questi paesi si sono avvicendati, facendo a gara per superare anche se stessi, pur di partecipare ai seminari di Castello Utveggio e pagando profumatamente questo privilegio.

Purtroppo dopo la morte di Padre Pintacuda, si è un poco smorzata, l’atmosfera di convulsa operatività e promozione fantastica del Centro, pur essendo la presidenza passata in mani capaci di rigore scientifico ma, evidentemente, non altrettanto visionarie.

Gli sforzi dell’attuale presidente, professor Elio Adelfio Cardinale, sono stati concentrati sul pareggio di bilancio entro i prossimi tre anni; altrettanto accudimento non si è verificato per i corsi, con una tendenza alla ripetitività dell’insegnamento e un occhio sempre meno attento alla ricerca, cosa che negli anni passati ha costituito motivo di orgoglio e prestigio per il personale dell’Ente, a compenso degli irrisori stipendi da tutor e/o da ricercatori. Il professor Cardinale, in un’intervista rilasciata a BlogSicilia, con tono calmo, ma fermo, rivendica il ruolo della struttura che dirige e soprattutto respinge le affermazioni del Governatore sulla necessità di tagliare le sovvenzioni al Centro, dichiarando che: nonostante i tagli di bilancio fino al 75% subiti dal Cerisdi, ho operato risparmi sia rinunciando al mio compenso (così come ha fatto anche il direttore generale e uno dei consiglieri), sia riducendo le spese vive di conduzione. Ho anche steso il piano economico triennale dell’Ente che ci consentirà di raggiungere il pareggio di bilancio senza l’aiuto dei contributi regionali. Quindi fra tre anni il Cerisdi potrebbe reggersi da solo, se solo vi fosse costretto.

Per i sindacati il principale oggetto del contendere risiede nella mancata trasformazione del Cerisdi in organo in House della Regione, come proposto già nel 2011 dall’ex assessore Gaetano Armao. Completare un processo rimasto incompiuto, ovvero transitarlo da Ente ibrido (presidente e due consiglieri su cinque sono di nomina regionale) a Ente di Diritto Pubblico, mettendo a disposizione i fondi per creare una cabina di regia che si occupasse di assistenza tecnica alla Regione, a valere su alcuni assi del FSE, fondi che dovevano restare in Sicilia anche per una questione occupazionale. Non è chiaro se sia stato l’allora Governatore Lombardo a non volere condurre in porto questa soluzione.

Oggi paradossalmente la stessa battaglia si combatte al contrario, in altre parole la Regione a guida Crocetta lo vede come un Ente che non ha bisogno di finanziamento pubblico, un Ente inutile e costoso da mantenere. Ma il CERISDI è l’unico nel settore della formazione che non è mai stato nell’occhio del ciclone o al centro degli scandali che hanno invece coinvolto CIAPI e similari, che avevano come dipendenti e/o dirigenti autisti e portaborse dei deputati. Tutto è sempre stato rendicontato sino all’ultimo centesimo e i dirigenti regionali danno pieno atto di questa correttezza: il paradosso è che per CIAPI e compagnia si parla di tagli e di salvaguardia occupazionale, per il CERISDI solo di tagli.

Nel Centro lavorano ventinove dipendenti che non hanno mai preteso o avuto stipendi da favola. Tra questi molti laureati formati dallo stesso Centro e quindi con fondi pubblici (borsa di studi Bonsignore) che hanno lavorato al CERISDI credendo a un progetto di sviluppo del territorio, ottenendo dei risultati che nessuno ha pubblicizzato eccetto quel gesuita che intese la formazione manageriale come strumento per combattere e reprimere il sottosviluppo che ha penalizzato il Sud in conseguenza dell’Unità d’Italia.

Ventinove persone, per la politica abituata ai grandi numeri, non sono un numero eclatante (così come le multinazionali del farmaco non hanno molta importanza le malattie rare), non sanno bruciare cassonetti, se scendono in piazza, non fanno testo. Ma intellettualmente hanno prodotto molte teste pensanti che oggi dirigono multinazionali e lavorano in Europa, America, Asia e Medio Oriente. Molti arabi che sono transitati dal CERISDI con il Master Euro Mediterraneo e oggi guidano importanti istituzioni o compagnie internazionali hanno lottato per la primavera araba ed è indubbio che la loro rilevanza sia molto maggiore dei dipendenti GESIP o CEFPAS o CIAPI o altri similari per le attuali e future relazioni internazionali e di collaborazione di cui la regione stessa potrà avvalersi.

Non crediamo che guadagnare 1.200,00/1.300,00 euro possa essere considerato precettore di stipendio da favola. Quello stesso personale che oggi teme la scomparsa di questa già esigua somma se dovesse concretizzarsi la chiusura paventata. Disperdere al vento tali e tanto qualificate risorse umane sarebbe un ben triste risultato che porterebbe all’estero quasi tutti loro, accolti a braccia aperte in tantissimi paesi che pagherebbero ben più alte cifre per vederli migrare verso i propri territori.

Ma il CERISDI non può chiudere! Non può perché è eccellenza, non può perché è unico nel panorama mediterraneo, non può perché, non dimentichiamolo, manderebbe sul lastrico ventinove lavoratori con rispettive famiglie, (tutta gente a carico dello Stato), perché è un patrimonio da incentivare, non da cancellare.

Tutto questo è CERISDI, caro governatore Crocetta, e lei, credente o no, farebbe bene a non metterci una croce sopra!

Natale giunta: l’Arte in tavola

 

Natale Giunta-2

Natale Giunta l’eccellenza dell’alta cucina siciliana. Il “nostro” gambero rosso che esprime in ogni suo piatto il sentimento che lo anima. E ad Antonella Clerici, che deve la sua  popolarità ma, a mio avviso il vulcanico Natale, anche se le sue origini sono termitane e non catanesi sarebbe esploso lo stesso. Il Sailem uno dei luoghi più glamour della città è la sua almeno per ora, creazione. Ubicato nel Parco archeologico del Castellammare, nei pressi della Cala, nel quartiere la Loggia, a nord del porto di Palermo, fa rivivere ai commensali le antiche vestigia di quello che fu.

di Rosalinda Camarda

Mi è spesso rimproverato da amici, colleghi e familiari di avere un’attenzione quasi morbosa per le parole che sono utilizzate nel quotidiano conversare sia da me sia dagli altri.

E’ una “fisima” frutto dei lunghi anni di studio di materie umanistiche che mi hanno inculcato la convinzione che “rem tene, verba sequentur”, che a domanda deve seguire risposta, che abbiamo la straordinaria possibilità di disporre nella lingua italiana di migliaia di parole dalle sfumature a volte esasperate per definire concetti, sensazioni o emozioni. Mi ha sconvolto scoprire dalle statistiche che ne vengono usate correntemente appena settemila (sulla carta stampata) e ancor meno nella conversazione quotidiana, seppur colta.

Ho sempre amato le parole persino più delle persone, soffrendo intimamente per le migliaia e migliaia di parole lasciate nascoste nelle sempre più sconosciute pagine del vocabolario, destinandole all’oblio.

Ho respirato e vissuto perfezione, arte, quel tratto che niente può cancellare. Ho sempre amato l’attimo perfetto, quell’indefinibile moto dell’anima capace di contenere tutto nella parola perfetta, unica.

Oggi mi trovo spiazzata perché non riesco a trovarne una capace di esprimere e definire in modo esauriente quanto ho provato conoscendo Natale Giunta. Ci ha presentati una comune amica, per motivi di lavoro e, dopo una lunga mattinata trascorsa insieme a delineare e definire i contenuti di una possibile (e auspicata) collaborazione, ci siamo salutati dandoci appuntamento a breve scadenza presso il suo ristorante per una degustazione.

Andatosene lui e rimaste sole, io e la mia amica abbiamo iniziato a parlare di come lei lo avesse conosciuto e dei motivi che l’avevano spinta a stringere un rapporto di amicizia con questa persona che le era sembrata speciale sia dal primo momento.

Eppure si era trattato di una conoscenza per motivi di ristorazione in occasione di un convegno. Rimasta estasiata ed emozionata dal cibo gustato in tale occasione, volle conoscere personalmente lo chef e ne divenne rapidamente amica, godendo di una piacevole conversazione che spazia ben al di fuori dello stretto ambito culinario. E’ bene per questo che ha voluto farmelo conoscere, sperando che potesse scaturire una fattiva collaborazione lavorativa, coniugando la sua professionalità con la villa ottocentesca che la cooperativa che rappresento offre come location per eventi e organizzazione wedding.

Così anch’io ho avuto modo di apprezzare una simpatia che accende il cuore, un’allegria capace di riscaldare l’anima, una presenza che rende più dolce e gioiosa l’atmosfera circostante. Tra le sue prime affermazioni spicca quella relativa al fatto che ha scoperto giovanissimo, muovendosi tra i sapori e gli odori della cucina del ristorante in cui lavorava, che preparare pietanze non è solo mettere insieme alcuni ingredienti ma creare sapori, regalare sensazioni, assaporare la natura esaltando l’offerta di prodotti naturali genuini a kilometro zero.

E così due domeniche fa ho voluto dedicarmi un pranzo speciale da sola, nella speranza di passare un altro po’ di tempo con Natale, scoprendo purtroppo che poteva dedicarmene pochissimo, dovendo lui partire per il Montenegro. Questo non gli ha certo impedito di farmi visitare il ristorante, ambienti raffinati ed eleganti, ove si respira organizzazione e professionalità, con cura meticolosa di tutti quei particolari che rendono ogni pasto un’occasione più che speciale straordinaria.

Nell’accomiatarsi mi ha affidata alle cure del maitre Salvatore Corsini, consigliandogli di farmi gustare svariati piatti del menù. Ho lasciato che fosse lui stesso a scegliere le portate e i vini con cui accompagnarle: non ho avuto modo di pentirmene, e vi assicuro che la cantina è all’altezza della cucina.

Il mio menù:foto di roberto salomone

Per aprire il pranzo, Bergantino – metodo classico di vino nero – grissini al finocchietto selvatico, bocconcini ripieni di noci e fichi e bocconcini vuoti. La produzione è propria del ristorante e vengono serviti ancora caldi di forno. Sgombro coperto da marmellata di pomodorino e cipolline in agrodolce.

Ravioli di pasta fresca con battuto di gambero di Mazzara del Vallo fichi e gambero crudo con olio di crostacei. A questa portata è stato associato uno  Chardonnay del 2008 – Piana del Pozzo Cantine Barbera.

Carpaccio di pesce coperto da frutti di bosco e arance. Scampo crudo con polpa di ricci, ricotta vaccina leggermente affumicata e centrifuga di mela verde.  Il tutto accompagnato da un bicchiere di Catarratto terra di ginestra.

Ho avuto infine modo, purtroppo, di essere accudita con premura quando, nell’uscire, ho avuto una di quelle crisi dovute ai miei problemi di salute: Salvatore Corsini mi ha accompagnata a casa guidando la mia auto, facendosi seguire da un collega per il ritorno.

Umanità, cortesia e … preoccupazione sincera, in aggiunta alla squisitezza professionale.