Category: IL PERSONAGGIO

Natale giunta: l’Arte in tavola

 

Natale Giunta-2

Natale Giunta l’eccellenza dell’alta cucina siciliana. Il “nostro” gambero rosso che esprime in ogni suo piatto il sentimento che lo anima. E ad Antonella Clerici, che deve la sua  popolarità ma, a mio avviso il vulcanico Natale, anche se le sue origini sono termitane e non catanesi sarebbe esploso lo stesso. Il Sailem uno dei luoghi più glamour della città è la sua almeno per ora, creazione. Ubicato nel Parco archeologico del Castellammare, nei pressi della Cala, nel quartiere la Loggia, a nord del porto di Palermo, fa rivivere ai commensali le antiche vestigia di quello che fu.

di Rosalinda Camarda

Mi è spesso rimproverato da amici, colleghi e familiari di avere un’attenzione quasi morbosa per le parole che sono utilizzate nel quotidiano conversare sia da me sia dagli altri.

E’ una “fisima” frutto dei lunghi anni di studio di materie umanistiche che mi hanno inculcato la convinzione che “rem tene, verba sequentur”, che a domanda deve seguire risposta, che abbiamo la straordinaria possibilità di disporre nella lingua italiana di migliaia di parole dalle sfumature a volte esasperate per definire concetti, sensazioni o emozioni. Mi ha sconvolto scoprire dalle statistiche che ne vengono usate correntemente appena settemila (sulla carta stampata) e ancor meno nella conversazione quotidiana, seppur colta.

Ho sempre amato le parole persino più delle persone, soffrendo intimamente per le migliaia e migliaia di parole lasciate nascoste nelle sempre più sconosciute pagine del vocabolario, destinandole all’oblio.

Ho respirato e vissuto perfezione, arte, quel tratto che niente può cancellare. Ho sempre amato l’attimo perfetto, quell’indefinibile moto dell’anima capace di contenere tutto nella parola perfetta, unica.

Oggi mi trovo spiazzata perché non riesco a trovarne una capace di esprimere e definire in modo esauriente quanto ho provato conoscendo Natale Giunta. Ci ha presentati una comune amica, per motivi di lavoro e, dopo una lunga mattinata trascorsa insieme a delineare e definire i contenuti di una possibile (e auspicata) collaborazione, ci siamo salutati dandoci appuntamento a breve scadenza presso il suo ristorante per una degustazione.

Andatosene lui e rimaste sole, io e la mia amica abbiamo iniziato a parlare di come lei lo avesse conosciuto e dei motivi che l’avevano spinta a stringere un rapporto di amicizia con questa persona che le era sembrata speciale sia dal primo momento.

Eppure si era trattato di una conoscenza per motivi di ristorazione in occasione di un convegno. Rimasta estasiata ed emozionata dal cibo gustato in tale occasione, volle conoscere personalmente lo chef e ne divenne rapidamente amica, godendo di una piacevole conversazione che spazia ben al di fuori dello stretto ambito culinario. E’ bene per questo che ha voluto farmelo conoscere, sperando che potesse scaturire una fattiva collaborazione lavorativa, coniugando la sua professionalità con la villa ottocentesca che la cooperativa che rappresento offre come location per eventi e organizzazione wedding.

Così anch’io ho avuto modo di apprezzare una simpatia che accende il cuore, un’allegria capace di riscaldare l’anima, una presenza che rende più dolce e gioiosa l’atmosfera circostante. Tra le sue prime affermazioni spicca quella relativa al fatto che ha scoperto giovanissimo, muovendosi tra i sapori e gli odori della cucina del ristorante in cui lavorava, che preparare pietanze non è solo mettere insieme alcuni ingredienti ma creare sapori, regalare sensazioni, assaporare la natura esaltando l’offerta di prodotti naturali genuini a kilometro zero.

E così due domeniche fa ho voluto dedicarmi un pranzo speciale da sola, nella speranza di passare un altro po’ di tempo con Natale, scoprendo purtroppo che poteva dedicarmene pochissimo, dovendo lui partire per il Montenegro. Questo non gli ha certo impedito di farmi visitare il ristorante, ambienti raffinati ed eleganti, ove si respira organizzazione e professionalità, con cura meticolosa di tutti quei particolari che rendono ogni pasto un’occasione più che speciale straordinaria.

Nell’accomiatarsi mi ha affidata alle cure del maitre Salvatore Corsini, consigliandogli di farmi gustare svariati piatti del menù. Ho lasciato che fosse lui stesso a scegliere le portate e i vini con cui accompagnarle: non ho avuto modo di pentirmene, e vi assicuro che la cantina è all’altezza della cucina.

Il mio menù:foto di roberto salomone

Per aprire il pranzo, Bergantino – metodo classico di vino nero – grissini al finocchietto selvatico, bocconcini ripieni di noci e fichi e bocconcini vuoti. La produzione è propria del ristorante e vengono serviti ancora caldi di forno. Sgombro coperto da marmellata di pomodorino e cipolline in agrodolce.

Ravioli di pasta fresca con battuto di gambero di Mazzara del Vallo fichi e gambero crudo con olio di crostacei. A questa portata è stato associato uno  Chardonnay del 2008 – Piana del Pozzo Cantine Barbera.

Carpaccio di pesce coperto da frutti di bosco e arance. Scampo crudo con polpa di ricci, ricotta vaccina leggermente affumicata e centrifuga di mela verde.  Il tutto accompagnato da un bicchiere di Catarratto terra di ginestra.

Ho avuto infine modo, purtroppo, di essere accudita con premura quando, nell’uscire, ho avuto una di quelle crisi dovute ai miei problemi di salute: Salvatore Corsini mi ha accompagnata a casa guidando la mia auto, facendosi seguire da un collega per il ritorno.

Umanità, cortesia e … preoccupazione sincera, in aggiunta alla squisitezza professionale.

LA STORIA OLTRE LA CRONACA

 

Nostra intervista a Piera Aiello

di Pippo La Barba

male detta mafiaCon il suo libro Maledetta mafia, scritto a quattro mani con Umberto Lucentini e edito dalla San Paolo, Piera Aiello, una delle prime testimoni di giustizia, dimostra che il ruolo delle donne è decisivo per sconfiggere la mafia sul proprio terreno, quello delle coperture familiari e ambientali.

Piera Aiello ha iniziato a collaborare nel 1991, subito dopo l’uccisione del marito Nicola Atria, figlio del boss mafioso di Partanna Vito, che era stato a sua volta eliminato nel 1985, poco tempo dopo il matrimonio di Nicola e Piera.

In realtà la sua ribellione era iniziata molto prima, quando aveva gridato in faccia al suocero di essere un mafioso, e quando aveva preteso da Nicola trasparenza, ottenendone in cambio solo botte.

Con il suo esempio trascinò anche la cognata Rita Atria che, spinta dal giudice Paolo Borsellino, divenne anche lei collaboratrice di giustizia e alla morte di Borsellino, in preda alla disperazione, si uccise buttandosi dall’appartamento in cui viveva.

“Capisco il gesto di Rita – afferma Piera alla presentazione del suo libro presso la sede della Bottega dei sapori e dei saperi della legalità di Palermo, associazione promossa da Libera – lei, a differenza di me, si è trovata sempre la famiglia contro, in primo luogo la madre e la sorella, che avevano una cultura mafiosa. Poi, quando è stato assassinato Borsellino, che era per lei un padre, non ha retto alla disperazione e si è uccisa”.

Tu invece hai avuto dalla tua parte i familiari?

“Sì. Mia madre mi è stata sempre a fianco; mio padre, amico del giudice Rocco Chinnici, mi sosteneva ugualmente, anche se mi raccomandava di stare molto attenta, perché temeva per la mia vita”.

Rita è divenuta l’emblema della battaglia delle donne contro la mafia, un’icona, anche per merito del film di Marco Amenta La siciliana ribelle.

“Quel film non è né una fiction, perché fa nomi e cognomi, né un film verità, perché rappresenta i due personaggi principali, Rita Atria e Paolo Borsellino, in un modo molto lontano dalla realtà. Amenta non è stato autorizzato dalla nostra famiglia ed è in corso un procedimento legale da noi promosso”.

piera-aielloTu racconti nel libro episodi e circostanze che lasciano allibiti poiché mettono in luce carenze e distorsioni nell’utilizzo dei testimoni di giustizia.

“Non lo faccio per me, che alla fine me la sono cavata, ma per mia figlia, che a ventiquattro anni si ritrova senza un’identità e un ruolo sociale, e per i tanti casi analoghi”.

Che cosa non ha funzionato nei programmi di gestione dei collaboratori?

“Il termine gestionemi fa orrore, quasi fossimo strumenti inerti e non persone. E poi l’assimilazione sul piano dei benefici dei collaboratori ai pentiti, che sono nel migliore dei casi ex criminali, ma più frequentemente opportunisti incalliti, è la cosa più ingiusta e inumana”.

Ti senti tradita dallo Stato?

“Rifarei tutto, anche gli errori, perché bisogna tener conto dei contesti in cui si opera. Credo che la denunzia sia l’unica arma alla lunga vincente, anche se i costi sono elevati. Ma la mia serenità, che tutti mi riconoscono, è la riprova che alla fine tutto questo paga ”.

Quali sono in pratica le refluenze della denunzia sulla società?

“La cosa importante è il messaggio che trasmetti, per questo giro continuamente le scuole per far capire ai ragazzi le ragioni della mia scelta”.