Nuova svalutazione per lo yuan, ora ai minimi dal 2011

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La Banca centrale cinese ha ulteriormente svalutato lo yuan, proseguendo in una strategia che dovrebbe – prima o poi! – condurla all’apertura ai mercati e alla velocizzazione delle riforme finanziarie. E quindi, nonostante non si tratti di una scelta inattesa, i mercati sono rimasti ancora una volta spiazzati dalla mossa del Governatore Zhou Xiaochuan, che ha traghettato la moneta di Pechino al minimo da cinque anni a questa parte.

Sul perché i mercati guardino con attenzione a un’evoluzione che sembra comunque tracciata, vi è tanto da dire. A cominciare dal fatto che, sebbene sia noto che la svalutazione è ormai un dato di fatto, è mantenerla e gestirla a costare troppo, soprattutto in un contesto in cui i diversi scenari onshore e offshore risultano ancora ampiamente divergenti.

Appare pertanto evidente che, piuttosto di governare – a un prezzo salato – in modo specifico l’evoluzione della valuta, la Banca centrale ha deciso di lasciare in parte le briglie. Un abbandono comunque molto parziale, visto che martedì scorso la Banca centrale aveva comunque stanziato 20 miliardi di dollari per ripianare le perdite del giorno prima, quando le contrattazioni erano state bloccate davanti a un calo del 7% dello Shanghai composite.

Su scala globale, appare chiaro come la Cina sia ancora in grado di impaurire i mercati mondiali, che di fatti faticano ancora a trovare stabilità. Ad allarmare è anche il pericolo di un’accelerazione nella fuga di capitali, con il Paese asiatico impegnato ad applicare un piano per limitare la vendita di azioni su larga scala annunciato dalle autorità di controllo del mercato azionario. In particolare, il piano della CSRC, l’autorità che controlla le borse, prevede che chi detiene oltre il 5% di un’azienda cinese per vendere azioni debba procedere attraverso transazioni private.

In aggiunta ciò, alcune banche straniere sono state messe sotto tutela: tre grandi istituti hanno visto vietarsi, fino a marzo, alcune contrattazioni in valuta estera. Le banche coinvolte avrebbero chiesto termini più brevi, ma non è detto che l’istanza venga accolta.

Intanto, a conferma ed evoluzione di quanto sopra, le riserve valutarie a novembre hanno toccato quota 3.438 trilioni di dollari, il minimo in due anni, l’indice delle attività nel settore servizi in Cina è sceso ai minimi da 17 mesi a questa parte a dicembre, l’indice Pmi Caixin sui servizi è arretrato da 51,2 a 50,2 punti.

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