Petrolio, difficoltà per le quotazioni

L’accordo raggiunto martedì scorso sul dossier nucleare iraniano è considerato da chi opera nel mercato dei future un fattore ribassista. Il motivo è apparentemente semplice: in un periodo in cui nel mondo c’è un eccesso di offerta stimato a 2 – 2,5 milioni di barili al giorno, il greggio che l’Iran dovrebbe riversare sui mercati internazionali potrebbe deprimere ulteriormente le già basse quotazioni. E anche se la speculazione non sempre riesce ad “azzeccare” il verso del futuro, questa volta tutto sembra lasciar presagire che effettivamente il senso del trend sia quello intuito.

Ad ogni modo, risulta essere comprensibile l’Iran possa presto immettere sul mercato, in poche settimane, il greggio stoccati precedentemente (probabilmente, già 50 milioni di barili). Tuttavia l’argomento non è interpretabile in maniera univoca, ed è lo stesso quotidiano Il Sole 24 Ore a ricordare come gli analisti sembrano invece d’accordo sui tempi – non rapidi – necessari affinchè l’Iran riprenda a esportare ai ritmi del periodo precedente alle sanzioni.

Si parla, proseguiva il quotidiano, di un incremento di 250 – 300 mila barili al giorno entro la fine dell’anno, per poi salire di altri 250 mila nel primo semestre del 2016 e di altri 300 – 500 mila entro la fine dell’anno successivo.

Dunque, se le quotazioni continuano a rimanere su valori piuttosto deboli, il tutto sembra essere dovuto al fatto che si sta facendo strada il timore che l’eccesso produttivo sia destinato a trascinarsi anche il prossimo anno, anche perchè la domanda di petrolio sta crescendo a ritmi inferiori rispetto alle previsioni, a causa dei problemi che hanno coinvolti alcune importanti economie dell’Asia, in testa quella cinese.

In questo scenario – riprendeva poi Il Sole 24 Ore – i dati sulle scorte commerciali di greggio e distillati negli Stati Uniti rappresentano certamente una zavorra che impedisce ai prezzi di riprendersi.

Allargando lo spettro dell’analisi, ricordiamo come da inizio anno il prezzo del barile, decisamente basso rispetto ai 120 dollari toccati a giugno 2014, sta avendo un impatto piuttosto importante sui Paesi produttori con costi di estrazione più elevati rispetto agli altri. Ad esempio, il Canada e il Brasile, che estraggono il greggio con tecniche non convenzionali, sembrano essere quelli più svantaggiati. Ne è dimostrazione il fatto che Petroleo Brasileo ha tagliato i suoi obiettivi produttivi per il 2020 in misura significativa, che un corposo ridimensionamento sia stato prodotto anche dall’associazione canadese dei produttori petroliferi.

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