Petrolio troppo basso, ecco perché le azioni soffrono

Un petrolio quotato così poco è un bene o un male per gli investimenti e l’economia? La risposta è, invero, piuttosto difficile da formulare. Se infatti chi produce petrolio ha gravi problemi dal calo delle sue quotazioni in termini di mancati ricavi, è anche vero che – almeno sul breve termine – chi lo importa ha solo da guadagnare, in primis grazie a una bolletta energetica meno pesante.

Di qui, l’immediato ragionamento: se nel Paese che importa le imprese e le famiglie spendono meno in carburanti avranno più soldi da investire altrove. Tuttavia, questa visione è mediata da un aspetto di maggiore respiro: sebbene una bolletta energetica meno cara abbia apportato indubbi benefici a molti settori energivori, è anche vero che lo “stimolo” del greggio non ha generato il tanto atteso boom di consumi e investimenti. A ciò si aggiunga che se il prezzo del greggio crolla, è anche perché – come stiamo assistendo in questi mesi – l’offerta sovrabbondante e la domanda è debole.

Come se non bastasse, ripercussioni ancora più forti vi potrebbero essere su specifici settori. L’effetto più evidente è ad esempio sul comparto che ha il suo core business nell’estrazione e vendita di idrocarburi: i Paesi esportatori e le società petrolifere in tutto il mondo, con forte flessione dei ricavi e degli utili, con conseguente vari di significative misure di riduzione dei costi e revisione (al ribasso) delle proprie politiche di investimento. Non solo. Una potenziale crisi delle parti interessate potrebbe dare il via a una catena di insolvenze che potrebbe costare caro a banche e obbligazionisti.

Infine, un ulteriore timore non certo ignoto ai grandi investitori: il fatto che i grandi fondi sovrani dei Paesi produttori che reinvestono sul mercato i proventi derivanti dalla vendita di petrolio, possano condurre a importanti squilibri sul fronte degli investimenti, considerato che il flusso di petrodollari nel 2015 si stima si sia ridotto di circa 200-300 miliardi di dollari, determinando un enorme afflusso – mancante – che di norma si riversava sui mercati azionari e obbligazionari. In altri termini, i fondi sovrani – e qualcosa lo si è già visto – investiranno meno e alcuni di questi potrebbero essere costretti a vendere asset in portafoglio per esigenze di bilancio. Considerato che parliamo, per quanto attiene i soli fondi sovrani dei Paesi produttori di petrolio, di circa 4 mila miliardi di dollari, significa che anche un disinvestimento di un decimo potrebbe comportare enormi quantità di capitali in uscita, di difficile gestione.

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