Svalutazione cinese, gli effetti sul Forex

Come ricordavano opportunamente i principali media internazionali, il deprezzamento dello yuan cinese ai minimi da quattro anni nei confronti del dollaro sta contribuendo a destabilizzare ancora di più i mercati internazionali di valute, azioni e materie prime. Tanto che, al termine di una giornata particolarmente concitata, le autorità monetarie di Pechino non hanno potuto far altro che compiere una parziale retromarcia sulla promessa effettuata in contemporanea alla svalutazione di martedì, dichiarata “una tantum”.

E così, dopo la svalutazione sostanziale dello scorso giorni (di quasi il 2%), la Banca centrale cinese ha fissato la parità ufficiale in ulteriore ribasso dell’1,6% a 6,3306 nei confronti del dollaro, sottolineando in un comunicato deliberatamente rassicurante che non esistono le basi economiche o finanziarie per un sostenuto trend di deprezzamento della divisa.

Fin qui, tutto bene, o quasi. Il difficile è tuttavia arrivato dopo, quando i mercati hanno reagito improvvisamente spingendo lo yuan nel trading fin quasi sulla soglia del limite massimo consentito del 2% di ribasso rispetto al “midpoint”. Quindi, la clamorosa ripartenza, con gli ultimi 15 minuti di contrattazioni che hanno visto lo yuan recuperare parte del terreno perduto: un comportamento che, secondo i trader, è figlio dell’intervento dei grandi operatori finanziari pubblici a vendere dollari su sollecitazione della stessa banca centrale.

Se sui mercati valutari le mosse sono state tante e improvvise, lo stesso si può dire sui mercati di Borsa, considerato che tanti trader hanno intravisto nelle mosse di Pechino un senso di panico per i segnali di forte rallentamento economico, con conseguente rilancio di una generale avversione verso gli asset di rischio.

In aggiunta a quanto sopra, sono stati recentemente diffusi nuovi dati macroeconomici che confermano il rallentamento dell’economia cinese: il quotidiano Il Sole 24 Ore ricorda in proposito che a luglio la produzione industriale riduce la crescita al 6% dal 6,8% di giugno, mentre gli investimenti in asset fissi in aree non rurali passano a +11,2% nei primi sette mesi contro il +11,4 nel primo semestre e l’espansione delle vendite al dettaglio si riduce leggermente a +10,6.

Ricordiamo che sabato scorso era stato diffuso un clamoroso dato sulle esportazioni, viste a luglio in calo dell’8%. E il fatto che la svalutazione pilotata dello yuan abbia seguito a ruota questi dati, non può che far pensare che la volontà governativa prioritaria sia quella di sostenere la competitività internazionale del settore manifatturiero, da anni in declino rispetto ad alcuni Paesi del Sud-est asiatico.

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